Sabato 25 marzo 2000 - Roma, stadio Olimpico - Lazio-Roma 2-1
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25 marzo 2000 - 2.892 - Campionato di Serie A 1999/00 - XXVII giornata
LAZIO: Marchegiani (43' Ballotta), Gottardi, Negro, Couto, Pancaro, Conceição, Almeyda, Simeone, Nedved, Veron (66' Sensini), S.Inzaghi (74’ Boksic). A disposizione: Lombardo, Mancini, Ravanelli, Salas. Allenatore: Eriksson.
ROMA: Lupatelli, Zago, Aldair, Mangone, Cafu (37' Rinaldi), Di Francesco, Nakata (46' Marcos Assunçao), Candela (58' Tommasi), Totti, Montella, Delvecchio. A disposizione: Campagnolo, Gurenko, Blasi, Poggi. Allenatore: Capello.
Arbitro: Sig. Messina (Bergamo) - Guardalinee Sigg. Zuccolini e Contente - Quarto uomo Sig. Di Mauro.
Marcatori: 3' Montella, 25’ Nedved, 28’ Veron.
Note: giornata soleggiata, terreno in ottime condizioni. Ammoniti: Nedved e Ballotta per comportamento non regolamentare, Candela, Almeyda, Di Francesco, Simeone, Montella, Assunçao, Tommasi per gioco falloso. Grave incidente al 41' a Marchegiani (trauma cranico e cervicale), infortuni per Cafù e Candela. Angoli 6-6. Recupero, 6' p.t., 5' + 1' s.t. Esordio in serie A per Lupatelli.
Spettatori: 74.076 di cui 36.757 abbonati per un incasso di £. 3.351.460.984.














Con il morale sotto i tacchi per la sconfitta di Verona ed il conseguente allungo della Juventus in testa alla classifica, la Lazio affronta la settimana che precede il Derby. Intanto venerdì 24 marzo, nell'anticipo del Campionato, la squadra bianconera esce nettamente battuta dal Milan a San Siro per 2-0. Questo galvanizza i giocatori biancocelesti perché con una vittoria potrebbero riaprire il discorso Scudetto. Con la solita grande cornice di pubblico che da sempre contraddistingue la stracittadina capitolina, in uno stadio con prevalenza di colori biancocelesti, le due squadre scendono in campo. Fra i tifosi, e soprattutto fra i giocatori, è ancora vivo il ricordo del disastroso Derby di andata ma, all'oscuro dei supporters biancocelesti, ci ha pensato l'ex Mihajlovic a caricare i compagni di squadra motivandoli con un semplice cartello affisso negli spogliatoi di Formello con scritto "A volte le aquile scendono al livello delle galline, ma una gallina non potrà mai volare in alto come un'aquila". Chiaro è il riferimento ad alcune dichiarazioni post-partita della gara di andata che non sono per niente andate giù alla squadra. Purtroppo i fantasmi di un'altra partita negativa si riaffacciano sull'Olimpico quando al 3' minuto la Roma passa in vantaggio con Montella, gelando la tifoseria biancoceleste. La Lazio accusa il colpo e ci vogliono una decina di minuti prima che metabolizzi lo svantaggio e cominci a giocare impadronendosi del centrocampo. Cominciano così gli attacchi dei biancazzurri, spinti da un Veron in palla e da un Nedved irrefrenabile. Al 25' minuto arriva il giusto pareggio grazie ad un'incursione del centrocampista ceco, complice una leggera deviazione di Zago.
Adesso è la Roma ad accusare il colpo e ad avere paura degli attacchi dei biancocelesti sospinti dal pubblico che ha capito che si può vincere questa partita. Al 28' Veron viene maldestramente atterrato fuori dal limite dell'area con conseguente punizione che "la Brujita" si appresta a battere. La barriera della Roma è folta ma non può impedire alla traiettoria della palla, impostatagli dal numero 23 laziale, di aggirarla e finire la sua corsa sotto la traversa. Il pubblico laziale, che aveva assistito in silenzio alla battuta del calcio di punizione, può sfogare la sua gioia in un boato assordante. I giallorossi accusano il colpo e perdono Cafù per infortunio. Al 41' il gelo cala sull'Olimpico quando Marchegiani, in uscita aerea, cade male con la testa verso il terreno di gioco. Il collo gli si gira in modo innaturale e perde i sensi. Accorrono i sanitari e viene subito trasportato via in ambulanza. Per lui trauma cervicale e lungo stop ma fortunatamente il peggio è scongiurato. La ripresa inizia con la Roma in avanti alla ricerca del pareggio, ma al 57' perde anche Candela rimanendo senza un'altra pedina importante per il suo gioco sulle fasce. Il forcing finale dei giallorossi non crea grossi grattacapi a Ballotta ed al 96', quando l'arbitro fischia la fine della gara, i giocatori biancocelesti corrono verso i propri tifosi per festeggiare la vittoria, dedicata al giocatore della Primavera Rosario Aquino morto nella notte precedente in un incidente stradale e soprattutto per il fatto che la distanza dalla Juventus si è portata adesso a 6 punti con i bianconeri prossimi avversari in una gara che sarà decisiva per riaprire il discorso Scudetto.
► La Gazzetta dello Sport titola: "La Lazio fa tutto in tre minuti. Derby bello e durissimo, la Roma raggiunta e superata. La squadra di Eriksson è ora a 6 punti dalla Juve". Continua la "rosea": "Dopo il gol lampo di Montella, Nedved e Veron rovesciano il risultato nel giro di 3'. Partita di grande intensità, alla fine vince l'organico più forte".
Derby bello e durissimo. Lo vince la Lazio (2-1) che riapre il campionato ribaltando nel giro di tre minuti, a metà del primo tempo, il gol-lampo di Montella che aveva risvegliato i fantasmi dell'andata, quattro reti della Roma in mezz'ora. Nedved, con la fattiva collaborazione di Zago, e Veron, che si sostituisce allo squalificato Mihajlovic pennellando una storica punizione, sono gli uomini che decidono una partita feroce, per intensità, impegno, cuore e gambe messi in campo da entrambe le squadre. Marchegiani, Cafu e Candela sono finiti chi all'infermeria chi direttamente all'ospedale, il bravo arbitro Messina ha fischiato la bellezza di sessanta calci di punizione (fuorigioco esclusi) e nove giocatori sono stati ammoniti. Bollettino di guerra? No, derby vero. Lazio e Roma lo hanno concluso sulle ginocchia, stremate. Capello dice che un pari sarebbe stato più giusto, e non gli si può dare completamente torto. Però è valida anche la tesi di Eriksson, grande Lazio, tanto più grande dopo la faticaccia vincente di mercoledì a Londra col Chelsea. Mettiamola così: vince la Lazio perché ha ora un po' di fiato in più e perché ha sempre un organico superiore a quello della Roma. Match tutto da leggere anche sul piano tattico. Eriksson ha ripercorso la strada londinese, mostrando una grande fermezza nello rispedire in panchina Salas (insieme a Mancini, Ravanelli e Boksic!) e nel puntare su Inzaghino punta solitaria giustamente premiata poi da Zoff con l'azzurro. A supportarlo, Veron e Nedved più di Conceiçao che a destra giocava la sua personalissima partita con Candela.
Dietro, le contemporanee assenze di Mihajlovic e Nesta (infortunato) venivano risolte attraverso soluzioni che, a parte l'avvio da brividi, si sarebbero rivelate vincenti anche perché la linea composta da Gottardi-Negro-Couto-Pancaro si è avvalsa dell'aiuto di due dighe quali Almeyda e Simeone (e nel finale risparmioso anche di Sensini). Tutto un ruotar di marcature, per rispondere alle mosse offensive di Capello, con Delvecchio spesso arretrato sui piedi di Almeyda e Totti portato più avanti su quelli di Gottardi, mentre di Montella si occupava prevalentemente Couto. Dove la Roma non ha funzionato, è stato nell'idea di Capello di tenere più indietro Di Francesco per contrastare Veron e allo stesso tempo proteggere degnamente Nakata, di suo annichilito da Simeone. Il giapponese ha fallito completamente, e nel gioco delle coppie l'uomo per così dire sparigliato della Lazio (Pancaro) è stato assai più prezioso di quello della Roma (Mangone). Addirittura decisivo. Cionondimeno, la Roma è partita all'arma bianca e dopo tre minuti era in vantaggio. Totti ha crossato sul primo palo dove Montella, appena dentro l'area piccola, è arrivato per primo, precedendo anche Marchegiani, un po' responsabile. La Lazio ha reagito impadronendosi della parte sinistra del centrocampo, là dove Cafu-Zago-Nakata, nonostante il prodigarsi di Di Francesco, pativano sempre di più Pancaro-Simeone-Veron-Nedved e l'ossessivo movimento di Inzaghino. Da lì arrivava il pari, dialogo stretto Pancaro-Inzaghi-Nedved con la deviazione decisiva di Zago che spiazzava l'esordiente (e per lo più ininfluente) Lupatelli, rimpiazzo di Antonioli. Sempre da quelle parti, arrivava tre minuti dopo la spintarella di Nakata su Veron che provocava la punizione decisiva, imparabile per chiunque. La Roma reagiva, perdendo assai presto per infortunio Cafu che al rientro dopo un mese aveva mostrato comunque un certo disagio.
Lo sostituiva Rinaldi, mentre dall'altra parte Ballotta rimpiazzava Marchegiani caduto malissimo su un'uscita aerea e subito salvato a porta vuota da Negro specializzatosi in materia, come a Londra. Nella ripresa Capello giocava la carta Assunçao, che non giocava (menisco) dal 19 dicembre, togliendo Nakata. Mossa assai felice e tale da dimostrare uso scettici l'importanza del brasiliano. Che si attestava davanti alla difesa, aspettando Veron e dando equilibrio a tutta la squadra. Ne veniva fuori una ripresa targata Roma, nuovamente penalizzata dalla perdita stavolta di Candela, caduto male sul ginocchio sinistro e sostituito da Tommasi. Orfana dei suoi due esterni, passata stabilmente al tridente offensivo, con Totti che alternava lampi a pause, la Roma metteva all'angolo la Lazio, che Eriksson chiudeva in clinch, togliendo l'esausto Veron e inserendo Sensini, prima di dar via libera al contropiedista Boksic al posto di Inzaghi. Sussulti, brividi, ma non una parata davvero tosta, né per Ballotta né per Lupatelli. Sabato Juventus-Lazio vale il titolo. Per la Roma, alla quarta sconfitta consecutiva tra campionato e coppe, è crisi e Champions League che vola via.
► Il Corriere della Sera titola: "La Lazio torna da scudetto in tre minuti". Continua il quotidiano: "I vicecampioni approfittano del k.o. della Juve a San Siro e, dopo il successo in Champions League, si rilanciano anche in campionato. In apertura segna Montella, poi l'uno-due di Nedved e Veron decide il derby. Sfida decisa dalla deviazione di Zago sul tiro del ceko e da una magia dell'argentino".
Roma - Non resta che la Lazio sulla scia della Juve al culmine di un derby che decreta in modo perentorio la crisi della Roma: tre sconfitte consecutive in campionato, quattro con l'eliminazione dalla Coppa Uefa per mano del Leeds. La primavera capelliana rianima i cupi ricordi dell'inverno zemaniano. La squadra è a pezzi atleticamente e spiritualmente. Le prospettive sono tetre anche a causa di un'infermeria che accumula gli infortunati senza restituire i sani. Assuncao, che mancava da dicembre per un menisco, è rientrato solo ieri. Zanetti, fermo dallo stesso periodo e per la stessa ragione, sta per trasformarsi in un caso clinico. Quel che resta della Lazio, dopo il sacco di Londra, è un moto di orgoglio racchiuso in tre minuti (due gol dal 25' al 28' del primo tempo), gelosamente custoditi da una ripresa di contenimento, palle buttate via e perdite di tempo non proprio casuali. Gli incidenti, purtroppo, non sono mancati (pesanti quelli capitati a Cafù e Marchegiani, serio il danno patito da Candela), ma troppe volte chi cadeva si crogiolava nell'ozio consolatorio dei secondi che passavano. L'arbitro Messina, forse il migliore tra tanti presunti principi del fischietto, non è stato né come il Branchi che assegnò tre ridicoli minuti di recupero in Lazio-Inter, né come i Collina e i Paparesta che vivono di rigori inesistenti. Messina per cominciare non è caduto nelle trappole simulatorie di Nedved e Simone Inzaghi. Poi, ha concesso 6 minuti di recupero per tempo, li ha regolarmente fatti giocare e non si è preoccupato di quel che sarebbe potuto accadere. Come un arbitro mentalmente libero deve fare. Certo, il gioco è stato penalizzato perché Messina ha fischiato molto (una sessantina di falli) e molto ha ammonito (nove giocatori). Tuttavia una ragione c'è e va cercata nella stanchezza post europea della Lazio e nella precaria condizione della Roma.
Non poteva essere una bella partita e infatti non lo è stata, tranne naturalmente per chi l'ha vinta. Chi se la sentiva (Capello), prima di giocarla ha tirato in ballo il cuore. Chi l’ha patita (Cragnotti), ha fatto altrettanto dopo. Si sa che quando si ricorre al cuore vuol dire che si ha poco da argomentare. La Lazio ha avuto dalla sua un episodio favorevole (la deviazione di Zago sull'incursione di Nedved è decisiva) e una giocata straordinaria (la punizione di Veron). Per il resto ha tirato molto meno della Roma (una sola volta nello specchio per l'intera ripresa) e ceduto del tutto l'iniziativa. Ci fosse stato un avversario più consapevole della propria forza probabilmente sarebbe finita diversamente. La Roma ha smesso di crederci dopo l'immediato vantaggio di Montella e ha provato a giocare solo nel secondo tempo. Ma a spingerla era l'istinto e, individualmente, il solo Totti: gli altri si muovevano come in un enorme acquario svuotato dei segni e delle intenzioni.
L'analisi: il passaggio ai cinque centrocampisti ha rivitalizzato il gioco biancoceleste. Non è certo a malincuore, ma piuttosto con una certa sorpresa, che tributiamo a Sven Goran Eriksson il merito di avere adeguatamente impostato il confronto. E, in particolare, di avere sfruttato la revisione del quasi immutabile 4-4-2 trasformandolo in un 4-5-1 dai frutti, per ora, assai copiosi. Per chiarezza va detto che il passaggio dal sistema di gioco precedente all'attuale non è propriamente rivoluzionario. Tuttavia il 4-5-1 si è confermato particolarmente adatto per affrontare una Roma che gioca con tre punte. Primo vantaggio: con Almeyda e Simeone a operare come mediani di centrocampo, Eriksson di fatto dedica sei uomini fissi alla fase difensiva, potendosene permettere due e mezzo per quella offensiva. Le varianti sono rappresentate a turno da Sergio Conceiçao e Nedved sull'esterno, le certezze da Simone Inzaghi e da Veron. Sul quale l'allenatore avversario o stacca un elemento in marcatura personalizzata (e così lo perde), oppure avrà sempre il problema di ritrovare Veron in una zona in cui l'argentino liberamente andrà a provocare fastidi. Secondo vantaggio: la mancanza di punti di riferimento in avanti, che di solito provoca imbarazzi nelle squadre che marcano a uomo, produce gli stessi effetti in quelle a zona se difettano dei meccanismi collettivi. In pratica, contro la Roma, la Lazio del primo tempo ha messo in crisi la difesa a tre giallorossa costringendo Zago all'uno contro uno con Nedved e lasciando Mangone senza uomo da marcare. L'ingresso di Rinaldi (e poi di Assunçao) ha riaggiustato l'equilibrio tattico, non la direzione della partita. Distorsione al ginocchio per il brasiliano e distrazione alla coscia per il francese: continua il marzo nero di Capello. La Roma perde i pezzi: Cafu va k.o. e Candela all'ospedale.
► Il Messaggero titola: “Sogno Lazio, Roma incubo”. Continua il quotidiano romano: “Derby ai biancocelesti, che tornano a 6 punti dalla Juve e sabato si giocano tutto nello scontro diretto a Torino. Grande Veron, giallorossi al tappeto. Inutile il vantaggio di Montella, uno-due della squadra di Eriksson: autogol di Zago e perla dell’argentino”.
La Roma è sparita mentre giocava contro la Juve e non si è più fatta vedere. I suoi amanti speravano che ritornasse tra noi e tra loro in occasione dell’appuntamento più atteso, il derby. E, accecati dalla passione, hanno creduto che il sogno si potesse veramente realizzare quando, dopo due minuti, Montella ha confezionato uno scippo da Oscar, rubando la palla a Marchegiani come il più esperto dei topi d'albergo e ha poi aperto le ali, volando, planando, festeggiando. Il gol, ecco che cosa ci voleva, si è pensato. Errore. La Roma si è dissolta subito e la Lazio è diventata una marea e dallo zero a uno si è passati al due a uno, rimasto giustamente in piedi sino alla fine. Adesso la Lazio è a sei punti dalla Juve e può voler dire tutto o niente. Ci piace credere che possa voler dire tutto. E, del resto, ci basta aspettare sino a sabato, quando sarà proprio la Juventus a raccontarci qualcosa di più sul conto della Lazio, ospitandola. Complimenti comunque a questa squadra e, visto che ci siamo, al signor Eriksson, criticatissimo a Roma e dintorni pur avendo collezionato sin qui i seguenti risultati: secondo posto in Italia e non si sa mai, finale di Coppa Italia e possibile finale di Champions League. Non sarà un vincente, come dicono, ma neppure un perdente, ci sembra. E la Lazio sprizza salute da tutti i pori e non è mai stata così bene, segno che il tecnico ha saputo gestirla al meglio.
Nel derby Sven ha comunque rischiato grosso. In avvio sembrava di rivedere il secondo tempo della partita d'andata, con la Roma caratterialmente torte e la Lazio da asilo nido, si guardava attorno e le veniva da piangere. Un'occasione per Delvecchio, quindi la rete di Montella. Abbiamo visto la Lazio annaspare, l'abbiamo sentita chiedere aiuto. L'ha salvata Veron, entrato in una di quelle domeniche in cui incanta gli avversari come se fossero serpenti. Dalle sue parti Capello aveva messo Mangone e il duello ci ha fatto sinceramente tenerezza. Veron ha preso per mano la Lazio e l'ha portata lontano con sé. Dopo cinque minuti dall'inizio c'era soltanto una squadra e soltanto un giocatore e la resa giallorossa è parsa imminente e naturale. Ha segnato Nedved con l'aiuto di Zago, ha fatto due Veron direttamente su punizione. Il calcio è un gioco strano, ma di solito premia chi merita. All'andata aveva meritato la Roma, cui questa volta non è bastato il gol d'apertura.
Nella ripresa la Lazio, che cominciava ad avvenire la stanchezza, si è chiusa e la Roma, piano piano, si è appropriata della metà campo avversaria. È successo poco o niente. Mezze occasioni. Da una parte e dall'altra. Una Roma più coraggiosa. Lenta, approssimativa, ma se non altro dava la sensazione di essere viva. E vogliamo e dobbiamo credere che proprio questa ripresa sia la fine della crisi e l’avvio della rinascita. La Roma adesso è sesta in classifica, superata persino dal Parma: peggio di così non potrebbe andare e dunque può soltanto finire meglio. Senza drammatizzare, Capello e Sensi raccolgano i cocci, rimettano insieme la Roma che fu. È vero che non sta in piedi e che solo nel secondo tempo, ossia con la Lazio in debito d'ossigeno, ha giocato alla pari, ma i calciatori ci sono, le basi esistono, tutto sta a non sbagliare mosse e non drammatizzare eccessivamente, oppure far tinta di niente, che sarebbe errore ancora più grave. È stato anche il derby degli assenti. La Roma ha presentato un ottimo Lupatelli al posto di Antonioli, la Lazio ha fatto a meno di Nesta e di Mihajlovic e poi di Marchegiani, mentre i giallorossi hanno perduto Cafu e Candela. Sembrava quasi che qualcuno si divenisse a togliere i pezzi dalla scacchiera, stando attento a non turbare un equilibrio negli addii. La Roma nella ripresa ha recuperato Assuncao e non è andato male il brasiliano. Entrato al posto di Nakata, sostituito per l'ennesima volta e ormai si chiederà chi gliel'ha fatto fare.
► Il Tempo titola: “Roma in crisi, il derby rilancia la Lazio”. Continua il quotidiano romano: “Biancocelesti a -6 dalla Juve. Sabato big match a Torino. Per i giallorossi si tratta della terza sconfitta consecutiva. Gol a freddo di Montella. In tre minuti Nedved e Veron ribaltano la situazione”.
Roma - Il derby e Genio Veron restituiscono una protagonista (la Lazio) ad un torneo che sembra perdere continuamente pezzi ed acuisce la crisi di risultati della Roma (tre soli punti ottenuti nelle ultime cinque gare e terza sconfitta consecutiva in campionato dopo quelle subite contro Cagliari e Reggina). Questo, in estrema sintesi, il verdetto della stracittadina che ieri tutto è sembrata fuorché un “derby dei poveri”, come qualcuno l'aveva frettolosamente ribattezzata. E oltre al verdetto c'è anche una verità: se sabato sera la Lazio dovesse riuscire a vincere a Torino contro la Juve potrebbe veramente riaprire giochi che sembravano ormai fatti. Si può ben dire che a Capello sono fatali le classiche idi di marzo, mentre anche stavolta, come del resto mercoledì scorso allo Stamford Bridge, tana del Chelsea, il tanto discusso modulo 4-5-1 adottato da Eriksson ha funzionato. La cosa, probabilmente, non farà molto piacere a Salas, costretto ancora una volta a vedere la partita dalla panchina dopo l'esplosione di Inzaghino.
È stato un bel derby, gli ingredienti ci sono stati tutti: tecnica, tattica, nervi ed emozioni. Primo tempo di chiara marca laziale, ripresa che ha fatto registrare un netto predominio romanista. Tante le chiavi di volta della partita che è iniziata in maniera scoppiettante sia sugli spalti (da brividi le coreografie preparate dalle due tifoserie) e sia in campo, visto che dopo appena due minuti di gioco esplode il petardo giallorosso sotto forma della rete realizzata da Montella. Nella prima azione d'attacco romanista arriva un corner, palla a Totti che crossa, entra Montella che anticipa Marchegiani in uscita sotto-misura e insacca. Fantasmi e paure cominciano a prendere forma in casa biancoceleste, soprattutto ripensando al derby d'andata. Ma ieri era un'altra Lazio, così come, probabilmente, è stata un'altra Roma. Il centrocampo della squadra di Eriksson, stretto intorno ai tre argentini Simeone, Veron e Almeyda ha subito fatto pesare qualità e superiorità numerica. Di contro. la Roma non è riuscita ad impossessarsi delle fasce. Candela e Cafu, infatti, si sono più preoccupati di limitare le arrembanti folate di Conceicao e Nedved che di supportare, come al loro solito, le trame di gioco della squadra di Capello. Di Francesco e Nakata in mezzo hanno “ballato” un po' troppo. Delvecchio è stato impiegato praticamente da tornante, mentre accanto a Montella ha giostrato Totti. In definitiva, ai giallorossi è mancato il punto di riferimento in mezzo al campo. Il Gigi Di Biagio. o se preferite l’Assuncao di turno. Fatto sta che la Lazio, pur avendo incassato il gol a freddo, ha mantenuto testa e nervi a posto ed ha cominciato a macinare gioco.
La gara è nervosa, tanti i falli e le ammonizioni (saranno ben undici). Messina, comunque, tiene bene in mano le redini dell'incontro. Per lui un debutto nel derby capitolino bagnato con la sufficienza piena. E sufficienza piena anche per l'altro “deb”, l'estremo difensore romanista Lupatelli che, assolutamente incolpevole sui gol laziali, si è fatto notare per prontezza di riflessi e buon tempismo sia nelle uscite e sia nelle chiusure sugli avversari lanciati a rete. La pressione biancoceleste schiaccia la Roma nella sua metà campo e nel giro di tre minuti la situazione viene completamente ribaltata. Al 25' una bella triangolazione Nedved-Inzaghi porta il ceko al tiro che batte per la prima volta Lupatelli, complice anche una leggera deviazione di Zago in scivolata. Per Pavel il primo centro in un derby (nota LW: in realtà il ceko aveva già realizzato due reti nei derby vinti per 3-1 il 1 novembre 1997 e 2-0 l'8 marzo 1998). Tre minuti più tardi arriva il raddoppio. Nakata commette un fallo tanto stupido quanto inutile su Veron e il Genio tira fuori dalla lampada una punizione maligna che, da circa 25 metri, va a fotografare l'incrocio dei pali alla destra dello sfortunato Lupatelli. I giallorossi accusano il colpo e al rientro in campo Capello presenta Assuncao al posto del giapponese. E’ un’altra Roma. Il brasiliano prende in mano le operazioni e detta il gioco: la Lazio, soprattutto nell'ultima mezz'ora, si chiude troppo pensando esclusivamente al contropiede. Gli sforzi giallorossi, però, si infrangono sul muro della difesa laziale.
► La Stampa titola: “Lazio, un’altra rimonta da prima pagina”. Continua il quotidiano: “Dopo il Chelsea i biancocelesti si aggiudicano il derby infliggendo alla Roma il quarto ko di fila. E adesso Eriksson sogna il grande slam”.
Il quadro del derby è la faccia livida di Franco Sensi mentre lascia la tribuna d'onore, al quarto ko di fila, Leeds incluso. O l'abbraccio di Cragnotti a uno sconosciuto con sciarpa biancoceleste. Londra e Olimpico, dalla Champions League al campionato, un doppio 2-1 e una doppia rimonta rilanciano la Lazio e il suo allenatore. E adesso, tutti a Torino, nella speranza che vada meglio che ai romanisti. La Juventus è a sei punti, sperare non è vietato. Eriksson sogna il grande slam: Coppa Italia, Champions League, scudetto. Non male, per un quasi licenziato. La “partita della vita” comincia con il riscaldamento: Lazio in campo, Roma sotto la sua curva come ai tempi zemaniani. Si avventa, la Roma. Marchegiani tentenna, poi in mischia salva su Delvecchio. Dall'angolo Tottí mette una palla tesa in area, Conceicao tiene in gioco Montella che brucia le mani di Marchegiani anticipandolo di un soffio. Partenza sparatissima, come all'andata.
Incredibilmente il gol spegne la Roma e galvanizza la Lazio. O meglio Veron. L'argentino diventa un gigante, è ovunque, in difesa e all'attacco. Ci prova di testa e di piede, trascina i compagni all'assalto anche se le gambe sono pesanti. Tra i pali della Roma c'è la speranza Lupatelli. Dall'Andria all'Olimpico il passo è grande. Bravo, Lupatelli, a gettarsi ai piedi di Nedved (rigore, non rigore?), un po' meno reattivo, al 24', in occasione del pareggio: Bello il duetto Inzaghi-Nedved, malizioso e fortunato il tocco del centrocampista ceko: Aldair e Zago ci mettono del loro. Altri quattro minuti ed arriva il raddoppio biancazzurro. Veron conquista una punizione (Nakata) da almeno 25 metri: la parabola è picassiana e imprendibile. Qui la banda di Eriksson si arena: benzina finita. Altro che cercare il contropiede, ormai è difesa ad oltranza.
La fatica con il Chelsea schiaccia i laziali. Ma la Roma è poca cosa, Totti si limita a fuggevoli comizi, Nakata fa ancora meno. L'infortunio a Cafu (ginocchio ko) è il presagio della sconfitta. Marchegiani in uscita disperata crolla su Montella, la capocciata a porta vuota di Delvecchio è respinta da Negro. Non ce la fa a riprendere il portiere, entra Ballotta. Roma si aggrappa a tutto, anche alla cabala: dentro Assuncao, fuori da Natale; con lui Capello non ha mai perso. Rialza il capino Totti, compitini normali, non da fuoriclasse. Al 6' Assuncao batte una punizione dallo stesso punto che ha fruttato il gol di Veron. La palla si spegne sulla barriera. Volano calci da una parte e dall'altra: dieci ammoniti (cinque per parte) ed è bravo Messina a spegnere gli incendi che divampano qui e là. Altrimenti sarebbero state polemiche a non finire. Si fa male Candela, preoccupante infortunio al ginocchio: spazio a Tommasi. Un'incursione di Pancaro, con assist sprecato da Conceicao, interrompe l'assedio giallorosso. Tira Di Francesco, parato. Tira Delvecchio, che si è stancato di correre per gli altri: in curva. Totti finalmente inventa: colloca Delvecchio a tu per tu con Ballotta. Tocco meschino, in bocca al portiere. Gran tiro in diagonale di Totti, fuori. Eriksson chiama Boksic (entrato al posto di un vivace Inzaghi) e gli grida: "Combatti". Il croato obbedisce, insegue Rinaldi, gli ruba palla e se ne va allentando la pressione romanista. Cinque minuti di recupero, poi altri sessanta secondi per il tempo perso nel soccorrere l'infortunato Almeyda: alla Lazio sembrano interminabili, ma resiste, indomita. Il sogno continua: sabato a Torino giocherà per lo scudetto.
Testimonianza[modifica | modifica sorgente]
di Fabrizio M. 2009
Abbonato in curva Maestrelli, ci avevano dirottato in Tribuna Tevere centrale alta. Era la prima volta che assistevo ad un derby da quella postazione, un bel colpo di fortuna. Si respirava aria strana allo stadio. La Juventus la sera prima aveva perso e l'occasione era ghiotta per crederci ancora un po' a questo scudetto, ma il ricordo della gara di andata mi terrorizzava. E i fantasmi mi apparsero in tutto il loro terrore, quando dopo neanche 3 minuti, il boato della curva ospite squassò lo stadio. Lazio 0 - Roma 1. I giallorossi, nei primi dieci minuti giocarono bene e non toccammo palla, avrei voluto spaccare il mondo. Poi all'improvviso cominciammo a macinare gioco e a giocare da grande squadra. Nel giro di pochi minuti passammo tutti da uno stato d'animo di paura ed angoscia ad un altro del tipo: stavolta gli facciamo male. Ripeto, era una sensazione mai provata ad un derby che si confermò, quando Nedved riusci a beffare la difesa giallorossa e spinse la palla in rete per il pareggio. Lo stadio biancazzurro esultò, ma non ampiamente come ci si poteva aspettare. Il boato, fragoroso e bello arrivò tre minuti dopo grazie a Veron e alla sua magistrale punizione che uccellò Lupatelli e che tutti avevano pronosticato un attimo prima che calciasse, come in un film già visto. Lazio in vantaggio, Lazio padrona del campo e del gioco. I minuti passarono lentamente, ma non ebbi mai la sensazione che potessero pareggiare. Arrivò la vittoria e con essa i 3 punti in più in classifica. Non so perché, io ed i miei amici quella sera parlammo apertamente di vittoria dello scudetto.