Poli Fabio

Da LazioWiki.

Fabio Poli

Attaccante, nato a San Benedetto Val di Sambro (BO) il 22 novembre 1962.

Cresciuto nel Pianorese, dopo alcune esperienze a livello dilettantistico Poli fa decollare la propria carriera al Modena, dove tra il 1980 e il 1982 è ottimo protagonista in Serie C1. Acquistato dal Bologna, non trova però spazio e presto va al Cagliari. Diventa un punto di riferimento dei sardi con cui fa anche il suo esordio in Serie A. La Lazio acquista Fabio nel 1985. In due stagioni il ragazzo colleziona 58 presenze e 5 reti in Campionato. I tifosi laziali gli sono grati particolarmente per lo storico gol nello spareggio di Napoli del 5 luglio 1987 contro il Campobasso. Su cross di Massimo Piscedda, Fabio stacca di testa imperioso e permette alla Lazio di restare in Serie B nonostante la penalizzazione di nove punti scontata nel corso della stagione. In caso di retrocessione il fallimento della Società sarebbe stato certo. Poli torna al Bologna, l'altra squadra del suo cuore oltre ai biancocelesti: disputa cinque campionati in rossoblù. Al Siena, nel 1993, conclude la sua avventura nel calcio di alto livello. Gioca in ambito dilettantistico svariati anni, assumendo anche incarichi dirigenziali e tecnici dopo aver appeso definitivamente gli scarpini al chiodo. Tra le varie cose, Poli è proprietario di un negozio di articoli sportivi a Monte San Pietro, nel bolognese.

Dal "Corriere della Sera" del marzo 2021 - Fabio Poli, l’uomo che salvò la Lazio dalla C: "Tradito dal club, dai tifosi un amore pazzesco". Il 5 luglio 1987 la Lazio evita la Serie C grazie al gol di Poli contro il Campobasso negli spareggi a Napoli. Poi la cessione, gli infortuni a raffica, la lite e le minacce di Totò Schillaci. "Mi hanno fatto smettere a 30 anni, non l’ho mai accettato".

L’uomo che il 5 luglio 1987 salvò la vita della Lazio è rimasto abbarbicato alle sue radici: almeno loro non l’hanno tradito mai. Abita nella frazione da trecento anime dove è nato 58 anni fa, Montefredente. Appennino bolognese, 700 metri di altitudine, la collina diventa montagna. Da lassù Fabio Poli, la rabbia ancora in circolo per come sono andate tante cose, scruta i successi, i rimpianti e le coltellate che il calcio gli ha portato in sorte. La Lazio, che sarebbe sparita senza quel suo gol decisivo nello spareggio contro il Campobasso a Napoli per evitare la serie C e il fallimento, lo congedò in modo brutale poche settimane dopo quella giornata memorabile, e a lui rimase una lisca in gola: voleva rimanere perché aveva un sogno, giocare prima o poi il derby contro la Roma. Era una città che, raccontata adesso, sembra un’altra: "Per i tifosi, i propri giocatori erano semplicemente i più forti del mondo, non importava se fossero realmente più o meno scarsi: erano i migliori e basta, e da migliori si dovevano comportare e rendere. Tanta pressione, ma pure tanto amore".
Se ne andò al Bologna, era pronto per spiccare il volo verso una grande della serie A, ma due infortuni gravi al ginocchio lo frenarono sul più bello. Poi il calcio, ovvero lor signori, ovvero chissà chi o i soliti noti, lo considerarono persona non grata dopo il suo celebre litigio con Totò Schillaci alla fine di un Bologna-Juventus del 1990 (Schillaci gli disse: "Sei rovinato, ti faccio sparare in bocca"), lui in teoria era quello danneggiato invece passò per il cattivo della storia, e di colpo nessuna squadra fu più interessata a lui. Dai 30 ai 50 anni ha sfogato la furia per essere stato allontanato dal grande calcio giocando in tutti i campionati minori possibili, e infatti ha il non trascurabile record di aver segnato in qualsiasi torneo italiano dalla A alla Terza Categoria, e pure negli Amatori. Poteva e doveva andargli meglio, ancora adesso non è facile smaltire la delusione e il rancore, per fortuna ogni tanto gli arrivano ondate di affetto e di umanità, persino sulla porta di casa: "Ringrazierò sempre i tifosi della Lazio, sento di avere un debito con loro. Mi hanno trattato in modo anche esagerato. C’è stata gente che è venuta apposta da Roma a trovarmi fin quassù, ho fatto incontri meravigliosi e inaspettati anche in autostrada, negli autogrill. Uno di Ceccano faceva l’infermiere a Bologna, così ci vedevamo spesso, adesso è tornato a vivere dalle sue parti".
La Lazio ha segnato la prima parte della sua vita da calciatore, quella delle grandi speranze. I suoi furono due anni micidiali, formativi, indimenticabili, dal 1985 al 1987, sempre in serie B: "Mi acquista dal Cagliari per 3 miliardi e mezzo quel pazzo di Chinaglia, pazzo a spendere quella cifra. Ho 23 anni, mi vuole anche l’Udinese che fa la A ma io vado a Roma volentieri, mia moglie era nata a Sermoneta. Firmo il contratto e per la prima volta ho un procuratore, Moreno Roggi. Subito capisco che l’ambiente è complicato per me che vengo da una realtà più tranquilla, a volte sono a disagio per le grandi aspettative e a volte per la ferocia dei tifosi, a volte ho proprio paura. Col tempo capisco che è pure una tifoseria di enorme passione, capace di comunicarti il suo grande amore. Primo anno difficilissimo per me: broncopolmonite per iniziare, poi mi rompo una mano a Perugia, la squadra con Simoni non va bene e negli ultimi due mesi rischia la retrocessione, in più a fine stagione il caso-Vinazzani ci fa arrivare la terribile penalizzazione per il campionato successivo: -9. Ma io non sarei mai andato via, sono troppo arrabbiato per non aver reso al meglio e voglio dimostrare di essere diverso, e anche gli altri giocatori decidono di rimanere per tentare la grande sfida. Nasce così uno spogliatoio bellissimo, uomini e giocatori tutti amici, uniti dal primo all’ultimo".
"Arriva Fascetti, Eugenio era un innovatore, il primo allenatore col preparatore atletico, Sassi, che ci stroncava fisicamente, e aveva un modo di giocare particolare all’epoca, sorprendeva gli avversari, peccato che poi non si è voluto evolvere. Era un uomo in apparenza difficile, sembrava ce l’avesse col mondo, invece voleva un bene dell’anima alla sua squadra e ai suoi giocatori, come nemmeno un padre. Comunque iniziamo male, alla seconda giornata perdiamo 1-0 in casa col Messina. Ma risaliamo pian piano, mi pare che tocchiamo quota zero punti dopo una grande partita contro il Bari e ci lanciamo, a un certo punto avevamo quasi agganciato il treno della promozione in A, altro che salvezza. Squadra con giocatori di livello: in porta Terraneo, Podavini e Magnocavallo terzini, Gregucci e Marino centrali, centrocampo con Acerbis, Pin e Caso, ma c’erano pure Camolese ed Esposito, in attacco io e Mandelli sulle fasce e il bomber Fiorini centravanti boa, eravamo forti, anche in panchina. Ma in primavera crolliamo fisicamente e mentalmente, e finiamo a giocarci la salvezza all’ultima giornata contro il Lanerossi Vicenza. Ricordo 75mila persone all’Olimpico per una partita di quasi serie C, un calore incredibile, io che alla vigilia mi faccio male in uno scontro con Gregucci e non parto titolare, entro a inizio secondo tempo. Partita dominata, il portiere Dal Bianco para pure i moscerini, poi il gol di Fiorini, stranissimo, di punta dopo una piroetta, solo lui poteva segnare così. E finiamo agli spareggi con Taranto e Campobasso per non andare in C, a Napoli".
"Perdiamo col Taranto giocando bene, loro segnano in fuorigioco di due metri. Col Campobasso è dura anche se sono più deboli di noi, c’è tensione e stanchezza, ricordo che prima del mio gol quasi segnano loro, con Boito. L’azione decisiva mi pare che duri mezz’ora, tocchiamo il pallone sempre noi per non so quanto poi Piscedda fa questo cross, più che un cross è un pallone lanciato in area sperando che qualcuno la prenda... Scelgo il tempo giusto, anzi saltando faccio un terzo tempo come nel basket, il portiere forse sbaglia a non uscire, la prendo di testa, vedo che entra. Dopo, non so bene cosa fare. Esulto e corro. Decido di andare dalla parte opposta del campo dove ci sono i tifosi della Lazio, ricordo che correndo passo dietro la nostra panchina, insomma mi faccio uno scatto di 120 metri. Raccolgo abbracci. La partita finirà molti minuti dopo, ma siamo salvi. Una stagione incredibile è finita, è stato uno stress spaventoso, il più forte della mia vita da calciatore. Posso dire che quell’anno ho vissuto il massimo delle tensioni che può dare il calcio, infatti dopo ho cercato di affrontarlo con minore intensità". Tanto una doccia gelata gli arriva subito: "Il club acquista Ciro Muro dal Napoli, e dato che io avevo litigato con Fascetti, prendono la palla al balzo per invitarmi all’uscita, ma c’erano altri interessi dietro. E dire che io pensavo di rimanere tranquillamente, ero l’uomo del gol della salvezza, diamine, anche se ovviamente era stato merito di tutta la squadra. E io volevo giocare il derby, fantasticavo su che razza di partita fosse, certe partite un calciatore sogna sempre di disputarle. Mi chiarisco anche con Fascetti, lui mi dice che dovrò giocarmi il posto con Muro e dico va bene, ma capisco che tira una brutta aria, che non sono in sintonia coi dirigenti. E vado a Bologna in B, dove trovo Maifredi, altro innovatore. Un gioco divertente e molto dispendioso, zona alta e aggressiva, arriva subito la promozione in A, anche io sono lanciatissimo. Ma nell’ottobre 1989 mi rompo il crociato anteriore sinistro, senza uno scontro con un avversario: intercetto una palla e il piede mi rimane piantato in terra. Da lì un calvario, è una cosa lunga, e perdo il treno della Juventus perché Maifredi mi voleva portare con sé a Torino. L’anno dopo mi faccio male di nuovo in Coppa Uefa, sempre stesso ginocchio ma stavolta il legamento collaterale, e perdo altri sei mesi. Mi sarei voluto confrontare col calcio di altissimo livello, non ho potuto. Mi volevo mettere alla prova per capire fin dove potevo arrivare ma niente. Poi arriva la bufera con Schillaci e la mia carriera nel grande calcio finisce lì".
Una storia allucinante o rivelatrice, a seconda di come la si guardi. Molti ricordano l’episodio in sé, nessuno le conseguenze che ebbe per Fabio Poli. Che alla fine di un Bologna-Juventus dell’11 novembre 1990 litiga con Schillaci, colpevole di aver ottenuto un rigore discutibile: secondo la versione ufficiale e processuale, Poli molla un pugno a Totò, che per tutta risposta minaccia di mandargli un sicario. La parola all’imputato, perché tale diventò Poli: "Per prima cosa non gli do un pugno, ma gli appoggio una mano sulla guancia: avessi sferrato un pugno l’avrei steso in terra, del resto mi era capitato di farlo anni prima con Ivano Bonetti, che infatti andò giù. Schillaci, che è in un periodo particolare di tensioni, anche sul piano privato, mi dice "sei rovinato, ti faccio sparare in bocca". Il vero problema per me non sarà il fatto in sé, di cui parla tutta Italia per giorni, infatti andiamo pure a riappacificarci al Processo del lunedì di Biscardi. Il problema è che io nel processo sportivo alla Disciplinare confermo punto per punto ciò che è successo, nonostante mi facciano capire che sarebbe meglio lasciar correre. Degli altri chiamati a deporre, invece, nessuno dice la verità. Finisce come doveva finire, visto che io avevo un legale normalissimo mentre Schillaci si era presentato con l’avvocato Chiusano, che era pure il presidente della Juventus: due giornate e grossa multa a me, una giornata a Totò".
Il peggio deve ancora arrivare, però. "Iniziano i problemi economici del Bologna, che poi fallirà, e io mi ritrovo nel 1992, al termine di una stagione da 28 presenze e in cui ero diventato capitano, a cercare un’altra squadra. E invece tra serie A e serie B, misteriosamente, nessuno si fa vivo. Il procuratore mi dice: "C’è qualcosa che non va, succedono fatti strani. Cose legate a quell’episodio che tu puoi immaginare. Forse, caro Fabio, devi smettere". Non mi rassegno, vado al Siena in serie C per vedere se si muove qualcosa, ma dopo sei mesi lascio stare. A quel punto me ne vado nei dilettanti e ci sono rimasto vent’anni, da giocatore, da allenatore, da giocatore e allenatore, tutto, in ogni categoria. Ho segnato e giocato in ogni campionato possibile e nelle nazionali di B o di C, mi manca solo il gol in nazionale maggiore, ma per quello avrei dovuto giocare in una grande, e non ce l’ho fatta. E vado ancora in campo con gli amatori, prima della pandemia il lunedì sera era un appuntamento fisso, anche se ho ormai le ginocchia che si sgretolano. Ma ho continuato, sì, per passione e pure per rabbia. Ho smesso troppo presto, capisce? Troppo presto. Sono ancora molto arrabbiato col calcio e con certi suoi personaggi: non posso accettare che mi abbiano fatto chiudere in quel modo, avrei capito se fossi stato anziano o rotto, ma avevo trent’anni, capisce cosa vuol dire? Trent’anni. Ce l’ho ancora qui sta cosa, e non passa". E di tanti amici, nessuno si è fatto davvero vivo con una proposta, un invito: "Credevo di averne tanti ma forse non erano così veri, non hanno mai pensato a me. Mi sarebbe piaciuto seguire e scovare talenti, rendermi utile. Sanno che esisto e ci sono, ma non mi hanno mai coinvolto, hanno preferito altri. E io non ho certo il carattere o l’indole per dire: "Mi prendi a lavorare con te?". Per me non è giusto andare a chiedere così. Piuttosto faccio il disoccupato. A Montefredente, dove sono nato".





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